Cose secche e rimorte

Tengo vicino al letto, sopra la tovaglietta di viscosa arancione, un libro di poesie. E non è mai lo stesso, alterno Pavese a Sbarbaro e Sbarbaro a d’Annunzio e poi ancora d’Annunzio a Carducci e così via. Custodisco le loro parole come fossero le mie memorie e le poggio a pochi centimetri dal cuscino in modo che durante la notte possano scacciare i sogni negativi. Così mi sento al sicuro anche quando le nuvole oscurano le luci delle stelle ed in silenzio, ne sono certa, quelle vite sbirciano un poco dentro di me. La mattina, quando mi sveglio, non sono mai la stessa persona che la notte ha accompagnato la sera prima. Ogni mattina la mia anima ha la bontà di cuore di Sbarbaro, la passione di D’annunzio e insaziabile genialità del Carducci.

Ci sono state sere in cui mi promettevo di iniziare la giornata successiva con gli occhi incollati al sapore di qualche verso, ma è inutile dire che non l’ho mai fatto. Si, perché al sorgere del sole quei versi sono ancora incisi sulla mia pelle e affiorano come polline fra la corolla di un fiore. Sarebbe brutale strapparle via nel vibrare di una voce, le spegnerei con il suono delle mie corde, ne smorzarei  l’animo sino a rendere tutta quella magica realtà un semplice cumulo di parole e suoni.

Semplicemente strapperei la vita a quei versi per riportarli ad una realtà fittizia, sleale, satura e malconcia. Non posso permettere che la poesia viaggi a ritroso fra i vicoli insipidi della mezza umanità.

Questa sera sarà Pavese a prendersi cura di me. Si presenta al mio sonno così:

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sorgerà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.

-Cesare Pavese

Sento mancanze secche e rimorte, sento l’impiglio della vita che, leggera, vola nel vento.