FIATO SOSPESO 

Spesso nei piccoli stralci di giornata, mentre cammino verso casa, alla fermata del pullman oppure ancora la sera prima di poggiare il viso sul cuscino, mi penso. Ripeto silenziosamente dentro me: “sono io”. Amo percepire lo scorrere della consapevolezza di essere, di afferrarmi. E mi spezzo in quell’attimo di beatitudine, di gioiosa purezza.

Ecco, ci sono giorni in cui non so considerarmi,  in cui non mi percepisco e perdo ogni controllo sui miei pensieri e persino sull’espressione del mio corpo. Giorni in cui sento la mia coscienza come presa in ostaggio da silenzi estranei, burattinata nei pensieri e legata nelle azioni. Cammino con legacci alle caviglie farfugliando parole scevre e inquietudini.

Mattine che si svegliano nel malessere, nei piedi poggiati sulle fredde piastrelle in ceramica con sottofondo di nausea e giramenti di testa. Le mattine che annegano nell’ansia e nell’ incontrollabile timore di vivere. Urla sottoforma di taciti annuiti da ostaggi incoscienti, vuoti e impotenti. Vedo la realtà scorrere davanti ai miei occhi senza poterla commentare, vivere, contestare. Inerme nel lasciarmi scorrere, prendendo a pugni un male che ama identificarsi in me, che muta approfittando delle debolezze, che si plasma nella mia più intima rappresentazione prendendosene gioco. 

Appartengo all’estraneo, che mi abbranca trasformando in morsi i miei dolori, che mi soffoca quel che basta per tenermi ancora in vita. Non mi disgrega,  non mi distrugge, mi vuole lucida presenza fra le sue torture.

Sono pianti, fremiti e incomprensioni. Sono speranze mancate e rigidi sospiri.

Corro senza gambe, muovo gli arti senza spostarli di un centimetro, mi prometto di agire continuando a passeggiare immobile fra le lacrime.