INCONSCE PERIPEZIE 

23 Aprile 2017

Primo giorno

Esco di casa, porto i cani in giardino.

Rovisto fra il portamantelli e prendo la prima giacca che trovo, poi mi precipito verso i gradini percorrendo ogni spicciolo centimetro di marmo e faccio scivolare le dita lungo il corrimano. Premo con il palmo della mano la maniglia del portone e al mio gesto, come scia di un eco, segue il rumore del vetro incastrato fra il ferro d’uscita. Oggi nel cielo corre il sole, gioca a nascondersi fra le nuvole e poggia all’altezza delle mie ginocchia. In pochi minuti sento un prurito sulle gambe, mi irrita anche quel sole. Mi spazientisco e torno di sopra.

Vorrei scrivere una poesia, vorrei dipingere, vorrei studiare… Ma sembra che io non abbia più niente da dire, niente da esprimere e nemmeno da imparare. Oggi il mondo è grigio. La sensazione di solitudine mi fa compagnia, mi si avvicina come mi fosse amica , ma in realtà studia i miei movimenti e chissà cos’ha in mente.

Scorre in me la lentezza, una lentezza malsana,  come quella di un orgasmo interrotto fra l’agire incauto di un egoista.

È il giorno dei ricordi amari che mutano in rancori, scivolano fra le gengive incidendo la propria amarezza come a trastullare un’esistenza informe. Ecco, ho fallito di nuovo… Ma perché non posso decidere di me?

Attacco Masini, cerco di finire quelle ultime venti pagine de Il valzer degli addii… Nulla mi consola.

Satellito per casa in cerca di nulla, esco sul balcone per poi rientrare lamentandomi del vento e torno a letto. Dieci minuti dopo mi rialzo, odio quella camera, odio questo peso, odio le fughe delle piastrelle, lo specchio alto e stretto, il fascio di luce che abbaglia a strisce il muro, il letto troppo grande, il colore delle pareti e le parole e i pianti confusi nei silenzi.

Sono passate tre ore, affiorano le lacrime. Perché non riesco a vivere?

Anche se abbiamo qualcuno accanto, in quella maledetta testa si è soli comunque. Si è soli a combattere con la parte di noi che cerca di sabotarci, di sventrarci,  di convincerci delle nostre debolezze. Forse sto inventando tutto. Si, mi sto autosabotando e cerco di convincermi di una causa presa altrove, oppure è soltanto un incubo o allucinazioni.

Pranzo sentendomi in obbligo di nutrire le negatività, ho la nausea ma mangio comunque visto che è l’unica cosa che riesco ad impormi. Ora penso ai miei compagni di scuola, a come tempo fa parevo esattamente uguale ad ognuno di loro: vivevo con naturalezza la quotidianità, ero libera.

È il momento dell’ansia. Non faccio in tempo ad accorgermene che mi è già fra le ossa e la sento fare su e giù per lo stomaco, arriva all’altezza delle costole e preme verso l’interno: non ho più scampo.

È ancor sempre lentezza, cammino con un macigno, un’ aurea scura in prossimità della pelle e si fa paffuta man mano che raggiunge gli arti inferiori, ma è una lentezza apparente, dentro nasconde disumane diatribe.

Poco dopo torna la calma, accenno ad un sorriso, abbraccio l’amore di mia madre, mi sento coccolata, amata, viva.

Guardo la vita scorrere dietro al finestrino dell’auto, mi accompagna un leggero cerchio al capo, mi sento un pesce in un acquario alla folle ricerca di uscita,  ma allo stesso tempo un manichino dietro ad una vetrina. Si alternano agitazioni ad apparenti stati di quiete.

“Se dentro la paura non ci fosse niente, soltanto il suono della vita che si muove.” -Masini