INFRANTE REALTÀ

3 maggio

Decimo giorno

Sono bastati dieci minuti ininterrotti di tempo, per far si che i miei piedi non si adagiassero fra le sedute del solito pullman. L’ho perso prima di arrivare alla fermata, le sue ruote hanno cingolato sull’asfalto umido pochi minuti prima che io potessi raggiungerle. Non ho scelta, percorrerò lo spazio che mi separa da casa con la sola forza delle gambe. Mi imbroncio, non ho affatto voglia di camminare ancora.

Calpesto una stradina sterrata parallela alla principale, e dopo frequenti lamenti e borbottii, metto a tacere la mente. Mi fondo con il paesaggio, ascolto l’infrangersi della pacatezza fra l’angoscia che comporta l’esistere.

Osservo le imperfezioni della natura, gli arbusti ed i rami ricurvi, invadenti. Ogni fiore, ogni colore e profumo sembra posto a caso sotto le nuvole. L’uomo ha inventato il concetto di perfezione come quello del bello e del giusto, ma in natura non esiste nulla di tutto questo. Tutto è perfetto, bello e giusto così com’è. Siamo inventori di un parallelismo, cerchiamo strade diverse senza aver conosciuto quelle poste dalla natura. Cosa non ci soddisfa? Ci siamo allontanati da noi stessi, non sappiamo riconoscerci, rincorrerci, amarci per ciò che siamo. Ci fiondiamo sulla ricerca del’invenzione senza saperci vivi. Ignoriamo noi stessi e tutto quello che ci vive accanto alla ricerca di un mondo artificioso al punto da non sembrare nemmeno umano. Desideriamo la disgregazione. Desideriamo, ma non sappiamo nemmeno avere.