I passi dell’avvenire.

Il mio volto si sgretola come il mondo ama sgretolarsi fra gli sguardi, come le foglie fragili e secche trascinate dal vento.

I miei arti si scostano agilmente fra le grezze pareti d’aria e, nel soffio di un cielo ingiallito dal tempo, si gettano sui passi dell’avvenire. Ogni spirito del cosmo abbraccia le mie pupille, ogni singolo fiato, gesto e odore si aggrappa alla foga di vivere.  La mattina è mia amica. Conserva la gioia, è sinonimo di vita e le mie gambe corrono all’impazzata ogniqualvolta mi è vicina. Il mio sorriso non è più come allora, i miei occhi non sciolgono di lacrime davanti all’indecisione del nulla, all’incostanza della precarietà, all’impeto del vuoto. Io non sono più quella di ieri. Io non ho più paura del futuro, delle mie smorfie, di non essere all’altezza o di quella cosa che per anni ha tentato di annientare la mia vivacità, i miei desideri e l’amare.  Conosco ogni mio sguardo, ogni mio suono, ho piena padronanza di me stessa e nulla più mi opprime, nulla più mi soffoca le vene.

Cerco continuamente risposta a questo mio tornare alla vita. Spesso abbozzo pensieri vaghi, schemi surreali sopra i quali mi perdo restando comunque nel viaggio dell’incomprensione, altre volte creo certezze lungo cammini rocciosi, in bilico fra la presunzione e l’arroganza, ma ogni tanto porgo un sorriso di spensieratezza, come se in fondo questa gioia mi appartenesse.

Una persona può creare vita dalle ceneri, può far germogliare un seme fragile o far rifiorire una pianta secca? In ogni caso, credo sia l’unica spiegazione percorribile. Che essa sia soltanto frutto di un’altra debolezza o che sia davvero la chiave della mia rinascita non so, ma ciò che mi da certezza è quel suo sguardo che si mischia nella purezza di un bacio, ed è vicinanza, tremore, passione. La sua voce è come un abbraccio di vita e la sua forza è la mia costanza.