LA VERTIGINE 

«Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa».

-Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

 

26 aprile

Quarto giorno

Ho aperto gli occhi credendo di volare, di percepire la realtà dietro allo sguardo intenso dell’ebbrezza di un sogno. Eppure è  il mattino, che si sveglia nelle chiazze informi disegnate dalla pioggia, che nel precipitare si posano sopra al vetro del lucernario, al di sopra della mia flebile vista mattutina. Nella mia testa grida una gran voce, ho voglia di vivere, ma il mio corpo non risponde , giace nel ricordo dei giorni passati, si spegne corroso dai mali e dalle intemperanze. Stamane leggo, scrivo restando immobile. La mente corre, scalpita, vive, esercita le proprie volontà. Invento storie, interpreto scene senza imprimere alcuna lettera e restando muta, persa fra le mie invenzioni.

Non ho fame. Il tempo ha rubato i miei istinti, i miei bisogni si sono assopiti come persi fra rami e cortecce apparentemente uguali. Sono umana senz’anima o anima priva di umanità? Intanto vago ancora fra i pensieri e le piastrelle, tra il battiscopa ed in non agire.

Scorre fluido il cielo e gli scenari oltre il volto della finestra paiono sovrapposizioni di molteplici verità. Ne rimango colpita, mi ci perdo. Salgo in macchina, ancora Masini. La spensieratezza mi invade, sono libera.

Oggi vivo ogni azione, forse per metà, con convinzione o naturalezza, ma oggi sono a tratti viva e questo già mi basta.