La Vita come grido di libertà

-Foto scattata da Matteo Rinero

Se fossimo così abili da udire i silenzi nella loro interezza, senza dover mediare alle frantumazioni del suono, nello sgozzare sillabe, potremmo dirci conoscitori perlomeno di noi stessi.

Ma se ci perdiamo è perché il trambusto è riparo, e fra il rumore ci si nasconde meglio. Seguiamo i suoni al fine di trovare i nostri volti, ma questa via paventa soltanto mete illusorie. La seguiamo perché ci è sicura, poiché per raggiungerla non dobbiamo per forza svelare la carne del nostro essere, possiamo percorrerla con indosso le verità che desideriamo. Persino nel fingerci abili d’arte ci sarà dato il permesso di varcarne la soglia. Eppure siamo stanchi di morire dentro noi stessi, siamo stanchi di celare la bellezza e rifugiarci nei vicoli ciechi della cupidigia. Non sappiamo agire nelle nostre pelli. Vaghiamo nella vita convinti di dover sempre reagire, come se le nostre azioni fossero solamente la risposta ad un qualcosa a noi lontano.

Perché essere soffici rimbalzi d’udito ? Come il vento percuote il profumo dell’autunno, anche noi potremmo afferrare il sole scoprendo di non aver bisogno di null’altro. Io lo dico sempre, che se vogliamo almeno tentare di essere umani , dobbiamo imparare a frenare l’esuberanza del fare.

Giorni fa ero sulla panchina delle 13 e 20 , che ogni sabato attende la mia visita. Nel sedermici su, avevo l’aria di chi desidera essere altrove. Le mie gambe faticavano il controllo e nella mia testa, qualche voce borbottava le rime del tempo che credevo di perdere, lì seduta, su quella panchina. Ma c’era l’aria, il sole, le foglie accartocciate ed il profumo dell’autunno. Si, il profumo dell’autunno

Potrei ripeterlo fino ad esaurire le parole, la voce. C’era l’autunno. D’un tratto mi resi conto che quei venti minuti ad aspettare, non erano affatto futili frammenti del tempo. E che probabilmente, se non mi fosse stato imposto di aspettare, non avrei avuto la possibilità di incontrare quell’autunno. Ho osservato gioiosamente la mescolanza dei suoni, il fragore dei passi di qualche sconosciuto che sul viale regalava canzoni e i disegni nel cielo degli stormi sereni. Ed il pacato silenzio, nello zittire l’inadeguatezza, ha reso leggero ogni mio arto e sentivo la pace pervadermi il capo… Forse è questa la libertà, il saper scrollare i vacui ticchettii. Perché la vita irrompe nella nostra quotidianità e nemmeno immaginiamo quanto fatichi ad imporsi a noi. Noi, che camminiamo con la fretta al posto del sorriso e che pretendiamo di incontrare altre persone, senza aver mai incontrato noi o non sapendo lasciarci accarezzare il viso dal profumo della vita.