LA LEGGEREZZA

29 aprile

Settimo giorno

Pagina 246. Ruzena è morta per indotto errore, è morta incatenata all’odio di un uomo e all’amore di altri due, l’uno ossessivo e l’altro atto di benevola empatia. Ed è a tratti liberazione, ad altri necessaria scostanza, fredda e opaca libertà. Ma se il termine della nostra vita fosse così leggero come quello di Ruzena, forse non avrebbe più senso il timore della vita, come quello della morte. La leggerezza umana è il paradosso della vita stessa, dell’idealtipo di animale sociale. L’accostarsi di un contrasto privo di scepsi, di un dominio della ragione e l’insensato blaterare che partorisce nulla più che in certezze e non risolve nemmeno la propria effimera genesi.

Dovrei appropriarmene calpestando imperterrita ogni circostanza che possa condurmi ad un barlume di ragione? Non ci riuscirei mai, sono stata concepita al dubbio, indotta alla perseveranza, al conseguimento di un uso improprio persino delle parole.

Esco di casa guarita dai mali, lontana dagli incubi della socialità. Forse un pò apatica, inconsistente quel che basta. Perché ci sono giorni in cui la leggerezza mi vive padrona, nonostante io non sia predisposta ad essa. La vita e le circostanze che ne conseguono ci obbligano a farne uso, prima o poi. Talvolta la inquadro come il manifesto della libertà di spirito, altre come la più grande condanna alla follia. Non ho ancora imparato ad osservarla nel giusto mezzo, eccedo sempre nelle sue manifestazioni, la catalogo all’estremo dell’uno e dell’altro lembo e mi ritrovo nella convinzione che sia errata a priori, che possa condurci soltanto alla distruzione.

Oggi mi concedo all’interpretazione della leggerezza come elogio alla libertà e ne prendo parte in ogni gesto, ad ogni infinitesimale passo verso la vittoria della felicità.