LE VACUITA` DELL’ ANIMA

C’è chi nasce in esilio, chi da sempre disprezza la propria città o addirittura la propria patria e chi ancora lascia la vita canticchiando canzoni dialettali con il suo buon vino fra le gengive, ma pur sempre troppo lontano dal vero senso di appartenenza. Pure Sofia, sempre troppo presa dal diverso da dichiararsi straniera nella sua stessa casa,nei suoi stessi abiti e persino fra le sue parole, non aveva ancora capito quale fosse il suo posto nel mondo. Insomma, si incontra la vita senza saper nulla di come viverla, figuriamoci aver consapevolezza nel possedere un’identità certa.
Qualche sera fa, sotto il vento delle prime notti d’estate e nel profumo delle cittadine
che prendono vita, camminava in compagnia delle stelle e qualche dolce nuvola
sparsa fra le particelle di cielo addensate. Pensava a quel malessere che da sempre la
colpiva perché, nonostante il suo vivere nello stesso luogo da sempre, non percepì
mai la sensazione di appartenenza al suo paese. Si emozionava fra le note dell’inno
nazionale italiano quanto fra quelle di qualsiasi altra nazione, non percepiva distacco
né distinzione alcuna. Ma non era un apolide, un senzapatria. Era in grado di
assumere le sembianze di qualsiasi animo a prescindere dalla provenienza, dal sesso,
dal credo o qualsiasi altra folle determinazione. Non viveva senza pregiudizio, ma
aveva uno strano modo di approcciarsi alla vita e alle sue identità. Le culture erano
come un grande atlante di scoperte delle quali amava nutrirsi come fossero capolavori
letterari, scene mute zittite dalla bellezza di sapori nuovi. E non perdeva occasione
per scriverne. Si tuffava nella brezza salmastra, fra la scorza ruvida e porosa degli
scogli ed il riflesso del cielo sul manto del mare. Cercava angoli di vita e gli
abbozzava su carta come un pittore in preda alla frenesia della sua arte. Imprimeva
versi come fossero suoi passi e le pareva di vivere ogni circostanza da lei descritta
come protagonista di interminabili storie e realtà vaganti. Nonostante questo,
ogniqualvolta tornava alla vita, le bastavano pochi istanti per sentirsi nuovamente
estranea. Straniera in un mondo che vive nella costante convinzione di un susseguirsi
di realtà distinte, del dividere, dei muri, delle separazioni, delle dichiarazioni di
diversità. Come se l’appartenenza potesse ridursi ad un futile discorso istituzionale.
Forse il mondo si era scordato dell’umanità, del desiderio di scoperta, della gioia di
vivere, delle radici e del presente. Ma lei non sapeva credere ad una simile riduzione
della realtà e non per questo viveva nelle fiabe, ma anzi, cercava di portare la realtà a
quel mondo sempre più irreale, sempre meno credibile. Le vite erano come un
vecchio casolare dall’aspetto abbandonato, ma che al suo interno raggruppava pareti
umide dall’intonaco scosceso, banchetti, parole, discussioni, complotti e prigionie
dello stigma. Si circondava di libri, di biografie, di storie che le permettessero di assaporare il più possibile le vie del reale. Metteva la propria vita al di fuori di quella degli altri, lontano dalle apparenze, dalle scomode circostanze e dai pettegolezzi e le maldicenze. Studiava se stessa nei gesti e nei sospiri dei passanti e percorreva loro nel profondo di se’. La sua vita era una ricerca continua, un avido desiderio di verità. Incontrava persone per appuntarne le vite su un vecchio taccuino trovato in casa, e ne restavano tutti così allibiti e spaventati da desiderare di non vederla più. Ma nessuno capiva che quella sua natura era così forte da toglierle il respiro, da smembrarla, da appannarle la vista sino a rendere i pensieri nitidi e lucidi come sfere di cristallo umide di rugiada. Priva del vivere una vita lontana dall’inchiostro e dalle sue passioni, aveva deciso di assecondare anche lo sguardo più vuoto e malconcio che l’anima potesse riservarle. Aveva imparato ad accettare le proprie diversità osservando il volto dei migranti, i senzatetto, i diversamente abili, gli anziani, ma anche coloro che amavano dirsi “normali”. E da ognuno di loro aveva compreso la vita, o meglio dire l’arte. Si, perché l’arte non è nient’altro che un nuovo modo di vivere la vita. L’arte di accarezzare un popolo dalla cultura lontana, da una lingua che non convince, dalle paure, dalla diffidenza dei volti nuovi. L’arte di esistere nonostante il rifiuto della società, il coraggio. L’arte di dimostrare al mondo che il senza non significa
mancanza, ma possibilità. L’arte di rievocare il tempo, il profumo del vento, le radici
del ciliegio che cresceva a poco a poco in giardino. L’arte dell’innocenza, del vivere
oltre la complessità del globo. E poi, aveva compreso l’arte del raccontare che non
era nulla più che il coltivare i frutti delle altre arti, ordinarli e renderli poesia. La sua anima era a disposizione del tempo e delle persone, era un corpo vuoto desideroso di
sazietà, e amava rimpinzarsi delle storie altrui e forse non fu mai veramente sazia.
Non racchiuse mai abbastanza, non scrisse mai con tutte le sue forze e viaggiava nei
mondi altrui senza trovare rifugio. Aveva vissuto mille vite, visitato altrettante città,
ma nonostante questo continuava imperterrita a gettarsi fra le braccia di cellulosa, fra le canzoni dialettali e l’odore pungente del vino, con la consapevolezza che in realtà l’umanità è la nostra unica vera appartenenza.

Le vacuità dell’anima, 24 luglio 2017