RADICI

Foto scattata da Matteo Rinero 

 

Avevo il fiato bloccato nel rumore del traffico. La mattina si svegliava greve, con una lentezza tale da confondersi con il chiudere degli occhi ancora intorpiditi dalla nitidezza della notte insonne. Alle sette del mattino poggiavo già sulle sedute blu del 176-Cuneo. Attendevo l’arrivo del treno nei pressi della stazione, lasciandomi cullare dal sonno, in balia dei lampioni che inneggiavano ancora luce, fiochi alla mia debole vista. Ero diretta al binario tre sud. Incominciando a vagare da una seduta all’altra, immaginando il panorama che i miei occhi avrebbero saputo catturare, nella mia mente balenava la convinzione di essere già arrivata a quella destinazione. Cosicché i profumi, gli odori, i colori investirono la mia presenza al punto da sentirmi assente alla realtà stessa. Il treno cominciava a dimenarsi sul ferro delle rotaie. Ogni tramonto al quale concedevo il mio pensiero, ribadivo la convinzione che la vita di ogni umano fosse il frutto dei propri ricordi. Ovvero, percepiamo il mondo a seconda dei ricordi che custodiamo . Per questo motivo la mia realtà era ligure. Il mio serrare lo sguardo significava accedere ai ricordi che l’ inconscio, nel tempo, aveva sapientemente immagazzinato. Avevo accostato lo sguardo ad un tratto del territorio francese varcando la soglia italiana, per poi investirla nuovamente, riappropriandomene come fosse ossigeno dopo una doverosa apnea.  La mia testa strimpellava indecisioni sul da farsi all’arrivo in Bordighera, titubanze che tentavo di mitigare fra i capitoli di Kundera e qualche frase scarabocchiata a lato, durante le ore del viaggio. Ma sprovvista di ulteriore tempo al fine di approfondire le minacce di esitazione, seconda ad un balzo, mi ero ritrovata davanti al binario, affiancata dalla mia valigia rossa. Sentivo il bisogno di spogliarmi del frastuono di chiavi che si scontravano nel cucito del cappotto e dello strisciare di ruote sull’asfalto. Così m’ incamminai verso il condominio. Nel far girare il mazzo di chiavi, davanti alla soglia della porta, mi chiedevo come fosse possibile non ricordare a distanza di mesi quale fosse la chiave giusta , così altro tempo macinava il sole, sotto la mia smania di non essere più altrove.

C’era il vento a scrollare il calore del sole, lontano dalle poche nuvole che cospargevano il cielo. Finalmente toccavo le acque fredde del mare, ammassata sulle pietre con le gambe aggrovigliate. Osservavo il volo della brezza infrangersi sulla superficie del mare e con le mani accarezzavo la scorza delle pietre corrosa dal sale, levigata dal dondolio dell’acqua. Ero libera di vivermi  e chiudere gli occhi lasciandomi attraversare dal grido di quella città. Mezz’ora più tardi le mie gambe occupavano ancora gli stessi spazi che il sole disegnava in battigia, ma nel guardarmi attorno mi resi conto di non essere più sola a parlare d’inchiostro col mare . Poco più in là c’era una ragazza con lo sguardo riflesso nelle parole che avevo donato al mare, una ragazza che tentava di appuntare i sogni dimenticati, abbandonati dalle speranze illuse di chi come me si appellava alle parole. Poco dopo, la ragazza si era avvicinata a me e mi ritrovai fra le sue parole, con la promessa di continuare la chiacchierata il giorno dopo. La mattina seguente sbarrai gli occhi al soffitto non appena la sveglia si mise a strillare, e per qualche istante rimasi fra le lenzuola a contemplare gli oggetti che avevo accanto. Soltanto dopo aver rimosso i granelli di polvere lungo i bordi di quell’aggeggio dalle lancette tintinnanti, avevo premuto l’indice sul fianco destro della sveglia disattivandone il suono. Iniziai a vestirmi. Con una mano cercavo di infilarmi il vestito blu a fiori e nell’altra afferravo una mela, alternando un movimento ad un morso fragrante. Il sole era alto, perso nel cielo chiaro, ed emanava un’atmosfera primaverile. Mi ero ormai incamminata verso il luogo di incontro e vidi il suo viso da lontano, mi stava aspettando. Entrate nel bar avevamo iniziato a parlare delle cose più banali:  dal clima al mare e dall’età agli studi. Dopo pochi minuti la nostra conversazione aveva preso una piega interessante ed il nostro parlare si faceva più intimo, come se da tempo ci conoscessimo. Mi aveva raccontato della sua famiglia , di come suo padre dieci anni fa si fosse avventurato in Italia e come la nostalgia lo avesse riportato alle proprie origini, soltanto pochi anni dopo l’arrivo  a Bordighera di tutta la famiglia. Dei tre anni che ha vissuto senza i suoi genitori, sola, con suo fratello e le sue due sorelle . Dei sacrifici, della povertà e dell’amore per la poesia. Le sue storie erano così reali che non avrei mai desiderato privarmi dell’ascolto, ma anche quella mattina non ci fu tempo per parlare di tutto. Ma quell’incontro mi aveva resa diversa. Avevo conosciuto un lembo di Chisinau, lo stralcio di una vita , un pezzetto d’arte e poesia.  Passavano i mesi, ma il tempo non si era permesso di intralciare la nostra amicizia. Ero tornata a Bordighera esattamente l’anno successivo. Durante il periodo di distanza eravamo solite scambiarci e-mail con abbozzi di poesie o brevi racconti in prosa. Leggevo i suoi versi in romeno, avevo imparato a comprendere una lingua tramite le sue parole ,le sue emozioni e questo, era  già incredibile. Al mio ritorno quel venerdì di dicembre, ci eravamo incontrate in Corso Italia e leggendo poesie, avevamo passeggiato fin sul lungomare. Mi aveva chiesto di aiutarla a tradurre una sua lirica in Italiano, voleva partecipare ad un concorso letterario qui in Italia e aveva bisogno di me . Mi ero offerta in suo aiuto nonostante mi sentissi totalmente incapace di comporre poesie, anche soltanto alla ricerca delle parole giuste in una lingua diversa dall’originale. Lei leggeva in romeno, recitava le sue parole con leggerezza, dando il giusto peso ai suoni . Leggeva un verso, lo rileggeva e iniziava ad abbozzare una plausibile traduzione. Per i primi versi rimasi impietrita. Forse dalla bellezza e maestosità della sua arte o dal pensiero della mia inadeguatezza, in ogni caso, rimasi muta. Il tramonto pareva non essere più soltanto sfondo, i colori del cielo sembravano sussurrare una melodia al mare ed il sole componeva essenze incantevoli eseguendo capriole nel riflesso dell’acqua. In pochi istanti la mente sembrava essermi lontana, mi camminava accanto, mi fissava borbottando le parole udite e ne creavo sinonimi come se le lettere fossero tasselli di un puzzle che il mio inconscio gettava oltre la carne delle mie labbra, oltre il vento. Le parole non sembravano più ammassi di lettere poste al caso al fine di poter comunicare, non erano più soltanto sciocchi mezzi. Avevano uno spessore, erano palpabili più del cielo, come fossero acqua salmastra, i polpastrelli le sfioravano nelle carezze delle nuvole e scivolavano non appena le dita ne uscivano fuori, e  nonostante fossero ancora umide non ne erano intrise, rimanevano sospese a fior di pelle. Cosicché ne ero immune soltanto all’apparenza, solo nel momento in cui le mie mani se ne liberavano, sguizzando al di fuori di esse ma restando comunque impresse della loro presenza. Mi ero sempre considerata incapace di scrivere in versi, ma dopo quel venerdì, nonostante la mia idea non trovasse ancora variazione di pensiero, l’anima scalpitava. Le parole contaminavano il mio scrivere, le sentivo libere di vagare come mine di irrequietezza, e costringendomi al gesto della penna, scivolavano su carta come se avessero agognato il giacere su coltre pallida. Spesso Crina mi parlava di come in lei era nata la poesia, era convinta che i suoi semi germogliassero nello sconforto, nell’insicurezza frutto di forte sensibilità. Adoravo ascoltarla parlare di sé . Ad un tratto mi accorsi di come la mia anima, dall’essere ligure, mostrava una nuova appartenenza, come se le parole di quella ragazza mi avessero legata a lei, come se ad un tratto facessero parte del mio passato. Così , se le nostre realtà si possono ancora dire frutto dei ricordi che portiamo fra le membra , la mia essenza poggiava sul versante moldavo ed ero certa , che anche la realtà italiana , in qualche modo, sapesse appartenere alle radici di Crina.